Ansia scolastica, aspettative alte paura di sbagliare sono fenomeni che stanno dilagando a macchia d’olio tra i bambini e gli adolescenti della nostra società. Sempre più richieste di intervento da parte di famiglie e insegnanti attorno a bambini e ragazzi che presentano sintomi ansiosi nei confronti della scuola.
Sin dalla scuola primaria si evidenziano bambini e bambine che si agitano ad andare a scuola. Si bloccano emotivamente innanzi a interrogazioni, giudizi negativi, rimproveri, errori o sbagli commessi. E l’ansia si esternalizza in sensazioni di vomito ripetuto, pianti, enuresi, encopresi, mal di stomaco, difficoltà respiratorie, agitazione e confusione mentale, rabbia, nervosismo, strappamento di pelle o capelli, rifiuto di alzarsi dal letto. Questi sintomi si solidificano nel tempo e, con l’accesso alle scuole secondarie, diventano ancor più pressanti.
Potremmo dire che i bambini e i ragazzi di oggi faticano a reggere fallimenti e frustrazioni così come richieste prestazionali maggiori. Non è sufficiente. Interroghiamo e ascoltiamo questa difficoltà, prendiamola sul serio. Come mai quest’ansia e questa paura di sbagliare dilaganti?
Perfezionismo e alte aspettative
Le motivazioni profonde per rispondere a questi interrogativi andrebbero valutate caso per caso, ascoltando la storia singolare di ciascuno. Comunque riscontriamo delle linee conduttrici comuni sul versante familiare e scolastico. Da un lato troviamo molto genitori che ammettono il loro stesso perfezionismo o le loro aspettative elevate sui figli. Volontà di riuscita nel mondo scolastico, sportivo e lavorativo, preoccupati per il futuro del figlio o della figlia all’interno di questa società. Dall’altro, docenti (in condizioni spesso di precarietà e con supplenze brevi) orientati alle competenze e ai programmi, ai voti, agli standard de rispettare entro certi tempi. Questo non significa assegnare la colpa ai genitori, tantomeno ai docenti esigenti. Potremmo infatti ancora domandarci: come mai queste elevate aspettative e questi standard orientati alla riuscita e al successo?
Società dell’altezza
Consideriamo, allora, il terreno, il contesto culturale, in cui i bambini, e gli adulti che vi interagiscono, crescono e su cui si confrontano quotidianamente. Il suolo che calpestiamo e l’aria che respiriamo sono intrisi di valori orientati al successo.
Riuscire, essere performativi, essere produttivi, essere creativi, essere diversi e fuori dalle righe, essere bravi, essere qualcuno. La nostra società inneggia, da tutti i punti di vista, la necessità di riuscire e primeggiare in quanto qualità attribuite all’essere. Confronti, giudizi e paragoni sono all’ordine del giorno. Siamo in una società competitiva e prestazionale. In questo senso, il non riuscire viene percepito come un non adattamento a questa stessa società. Un sentirsene esclusi, soffocati da una sensazione costante di non essere all’altezza. Da qui la paura, sempre più diffusa e anticipante, di sbagliare che tocca il nocciolo del non sentirsi adatti alle richieste sociali.
L’ansia scolastica si connette così al non essere all’altezza. Sarebbe più che lecito chiedersi: a quale altezza? Chi ha posto i livelli di questa altezza? Ci sono veramente altezze giuste da raggiungere in modo uguale per tutti? Non dovremmo forse proprio mettere in discussione la percezione di un altezza standardizzata da raggiungere?
Questa società sembra dirci costantemente: se fallisci non sei nessuno. Ma è sul piano dell’essere che si è compiuto un enorme fraintendimento. Dobbiamo spezzare l’equazione ontologica: successo della prestazione ≠ consistenza del nostro essere. Ognuno di noi compie delle prestazioni, alle volte sbaglia, altre riesce, altre rimane nella norma. Non siamo le nostre prestazioni, non coincidiamo con i risultati performativi che mettiamo in vista: belli, brutti o banali che siano. Il nostro essere, fortunatamente, non vi si esaurisce, eccede. In questi margini di eccedenza, respira, cresce, apprende, migliora, diviene.
Tollerare i fallimenti
La trasmissione di valori inneggianti il successo e la riuscita, la prestazione impeccabile o la performance più interessante, portano molti bambini e ragazzi all’ideale di perfezionismo, a vivere gli sbagli in maniera persecutoria e ansiogena. Ciò alimenta un senso di impotenza dilagante su tutta la personalità, fino alle forme estreme di ritiro sociale e scolastico.
I sintomi dei bambini riflettono i sintomi della società e degli adulti stessi che, in primis, non sanno come trasmettere il valore dello sbaglio e della fallibilità in un mondo in cui la prestazione e il successo diventano valori fondanti e difficilmente aggirabili. Come trasmettere ai giovani la possibilità di perdere e di sbagliare se gli adulti di riferimenti temono il fallimento o non vi ci sanno rapportare con le loro parole, con le loro azioni? Le aspettative alte paura di sbagliare andrebbero dunque ridimensionate nel rapporto quotidiano con i figli.
Nella vita si sbaglia, nella vita si fa fatica, ripetutamente. In molti ambiti si è mediocri o addirittura incapaci, su altri ci si accontenta. In altri ancora ci si sforza per migliorare, si dedica del tempo, si ottengono soddisfazioni e risultati importanti. Il valore appare nel saper valutare i propri successi e insuccessi, nel circoscriverli, nel sondare i motivi e le circostanze di un eventuale fallimento, nell’ascoltare i propri limiti e capire cosa pretendere o meno da se stessi e dagli altri.
I figli hanno bisogno di essere accompagnati nello sbaglio, accettarlo e sopportarlo. Bisogna “imparare” a perdere, a sbagliare. Gli adulti possono e sanno tollerare perdite, sbagli ed errori? Possono sopportare che il bambino o il ragazzo non rispecchi le loro aspettative? Possiamo e sappiamo valorizzare una vita al di là delle prestazioni, dei voti, dei numeri di like o di followers, dei livelli nelle classifiche? Sappiamo trasmettere la fallibilità, la capacità di stare e di reagire allo sbaglio e alla sconfitta senza mortificazioni né delusioni totalizzanti?
(Immagine di Eugene Golovesov from Pexels)
