1945, nella stazione ferroviaria di Kobe, il giorno prima del decreto che avrebbe garantito Assistenza agli Orfani di Guerra, adagiato al freddo pavimento, il corpo inosservato e smunto di un ragazzo che fissava “assorto la sottile patina di polvere sul suolo che vibrava al ritmo del suo debole respiro” (p. 10).
Akiyuki Nosaka attinge alla sua stessa esperienza vissuta per scrivere “La tomba delle lucciole”.
Il racconto semi-autobiografico descrive l’assedio dei bombardamenti sulle città e sui paesi del Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Il punto di vista è quello della popolazione civile, attorniata dalle sirene di guerra, dal fumo e dalla devastazione di quartieri e abitazioni. Più precisamente, siamo calati, spettatori ammutoliti, nel tentativo di sopravvivenza di due fratelli rimasti orfani a causa della guerra. Un senso di vuoto inizia a scavarsi.
Non c’è posto alcuno per Seita (13 anni) e Setsuko (4 anni), la loro casa è bruciata. I due orfani di guerra, inizialmente ospiti indesiderati da una vedova, trovano posto in una grotta che diviene, per alcuni mesi, il loro rifugio antiaereo, adibito a casa. La preoccupazione e l’affetto reciproco rimangono le uniche forme di ancoraggio, a fronte dell’indebolimento corporeo segnato dalla malnutrizione e dalle esigue condizioni igieniche.
“La morte del padre gli sembrava molto più concreta di quella della madre. Con quella notizia Seita aveva perso l’unica ragione che lo spingeva a lottare ogni giorno per sopravvivere insieme alla sorella. Ormai poteva accadergli qualsiasi cosa. Tutto aveva perso importanza” (p. 48).

I suoni della guerra
Uno stato di allerta costante permea il Giappone da marzo al settembre del ’45. Nessuna parola al meglio della frequenza di determinati rumori certificano il sentire devastante di una guerra. Questi suoni riecheggiano e attraversano le pagine del breve racconto. I rumori sono molteplici, ma specifici, totalmente altri rispetto a quelli che l’orecchio assorbe solitamente. Così, inappellabilmente, divengono quotidiani.
“Nuovamente riecheggiò il rumore delle bombe sganciate, e Seita, impietrito, rimase inchiodato al suolo, come se l’aria intorno a lui si fosse improvvisamente fatta densa. Poco dopo udì il rumore metallico di una bomba incendiaria. Era caduta al suolo rotolando giù da un tetto e stava ora saltellando come un bruco sulla strada, spargendo gli oli combustibili” (p. 13).
Il rumore opprimente degli aerei americani B-29 sovrasta senza tregua i fremiti della tensione avvertiti costantemente in sottofondo. Poi, attimi inghiottiti nel silenzio e, ancora, il boato delle ripetute ondate di frastuono delle bombe incendiarie che si schiantano al suolo. Ogni corpo, avvolto dal terribile rumore delle bombe, vibra e assorbe altri rumori che diventano, proprio malgrado, sempre più familiari. Agli scoppi si sovrappone l’eco di insopportabili rimbombi intrisi di pianti e grida acute, fendenti l’aria. Si assiste subito al bruire di numerosi altri suoni, specialmente gli incessanti crepitii delle scintille che ardono il legno delle case e degli alberi. In più l’odore di bruciato e la terra che, vibrante a intervalli regolari, si tinge delle divampanti fiamme rosse. Colonne di fumo addensano l’aria e trafiggono gli occhi. Ammassi di macerie. Sirene di allarme. Nuove esplosioni.
Altri boati senza nome.
“Quelli li riconosco, sono i proiettili traccianti degli aerei radar nemici che ci hanno attaccato la notte del 17 marzo. Nuotano nel cielo con movimenti che ricordano quelli delle lucciole, per poi sparire inghiottiti dal buio…” (p. 40).
Akiyuki Nosaka, La tomba delle lucciole, tr. it a cura di Anna Specchio, Kappalab Edizioni, Bologna 2018, ed. or., Hotaru no haka, Shinchosha 1972.
Immagini in evidenza tratte dal riadattamento cinematografico di Isao Takahata, Una tomba per le lucciole, Studio Ghibli 1995.

In ricordo, a tutte le vite inosservate annichilite dalle guerre.
