Forza maggiore, al cambiamento? Capita che un evento irrompa e sconvolga gli ideali entro cui trovavamo fino a quel momento riparo. Confrontati con una forza che scompagina la visione tradizionale della cose si presentano due alternative: il ripensamento e la ritrattazione delle posizioni assegnate o a rimanere fermi nelle proprie convinzioni.

L’incipit del film Forza Maggiore (2014) di Ruben Östlund mostra la debolezza di un padre, un uomo, in maniera esplicita ed estrema attraverso il manifestarsi dell’istinto egoistico di sopravvivenza di fronte a un evento catastrofico. Davanti alla visione di una valanga, l’uomo è spinto a salvare se stesso, dimenticandosi della moglie e dei bambini. Il regista ci mette di fronte a una situazione estrema e ad una reazione incontrollata difficile da prevedere per ognuno di noi.

La debolezza di un uomo

A questo riguardo il film ci pone l’interrogazione: l’uomo riesce ad accettare la propria debolezza? E ancora, la donna riesce ad accettare la debolezza dell’uomo? Questo secondo punto è la chiave. Infatti dobbiamo ricordarci che la donna stessa può assecondare e alimentare la tenuta del sistema vigente, non consentendo il cambiamento sociale dell’uomo nell’accettazione delle proprie fragilità. Il padre di famiglia, in questo caso, non riesce ad assumere ed ammettere la sua fragilità e il suo sbaglio di fronte a un evento pericoloso e mortale. Non riesce a parlarne. La moglie potrebbe accompagnarlo in questo passaggio di elaborazione personale. Ma neanche lei – sembra dirci il regista – riesce ad affrontare la cosa limpidamente. Perché? Perché di fatto non vuole accettare, lei stessa, la fragilità di suo marito, della figura del padre; non vuole far cadere il ruolo dell’eroe, dell’uomo forte e protettore sempre pronto in tutte le situazioni. Non riesce perché, per farlo, dovrebbe mettere in discussione anche se stessa e i suoi ideali di famiglia e di coppia. Anziché assumere la propria forza e lucidità nella situazione drammatica per sé e i bambini, si nasconde dietro soluzioni semplici. Non può fare altro che scenate, umiliare il marito davanti agli altri, metterlo alle strette e farlo confessare fino alla resa totale.

Non lo accompagna nell’elaborazione della cosa, non vuole elaborarla nemmeno lei, non è in grado di mettere in discussione e ripensare i ruoli stabiliti.

Ruoli definiti? Possibilità di cambiamento?

La scena dell’uscita della famiglia durante il maltempo è precisa a riguardo. Il padre e la madre appaiono in accordo a uscire con il maltempo per ricreare una situazione di pericolo e ripristinare il ruolo forte del padre. Qui la scena si fa grottesca: la madre apposta rimane indietro, grida aiuto, si fa soccorre dal padre che la riporta in braccio dai bambini sana e salva (topos dell’eroe). Evidentemente è un loro accordo per ripristinare il ruolo convenzionale del padre-salvatore agli occhi dei figli. Terminata la messa in scena, lei va a recuperare senza problemi i suoi sci. Il regista non ce lo dice ma, per come sono stati tratteggiati i personaggi, sembra proprio che sia la moglie ad aver architettato questo precario teatrino. Scena successiva, la famiglia sembra tornata alla “normalità”.

Forza maggiore al cambiamento

Ideali tradizionali difficili da scalfire

Il regista sembra mostrare quanto certi uomini e donne rimangono totalmente inscritti ai ruoli di una famiglia tradizionale, agli ideali che rivestono tanto gli uomini quanto le donne. Nemmeno forti eventi, che potrebbero smuovere e mettere in crisi il sistema vigente, riescono a far accettare le debolezze reciproche. Spinge una forza maggiore al cambiamento? Spesso neanche un evento di tale portata conduce a ripensamenti di sé e dell’altro. Le resistenza al cambiamento sono estremamente difficili da scalfire. Nemmeno la valanga, in questo caso, risulta essere una forza che permette il ripensamento e lo spostamento di posizioni e visioni sedimentate nella coscienza.

In questo senso il film fa riflettere molto su questa tematica attraverso l’irrigidimento delle parti. Figura rigida è quella del padre che non parla, non si scusa, non riesce nemmeno a pensare il proprio errore, tantomeno ad ammetterlo. Rigide, inoltre, sono le figure delle due donne: la moglie/madre e la ragazza. Entrambe mantengono lo status quo senza possibilità di cambiamenti benefici sia per gli uomini che per le donne.

Con la scena finale dell’autobus, probabilmente, Östlund vuole ribaltare le carte lanciando un messaggio di precisazione alla tematica trattata. In fondo la debolezza e l’istinto egoistico di sopravvivenza è un tratto dell’umano in generale e, dunque, anche la donna/moglie/madre non vi sfugge.

Immagini ottico-sonore

Soffermiamo infine l’attenzione sul lato della scenografia che alimenta nello spettatore un certo disagio. Sul versante prettamente visivo e sonoro delle scene filmiche, le inquadrature rimangono fisse più a lungo del dovuto. Lo spettatore sente il loro prolungamento, vorrebbe che le scene andassero avanti, invece si soffermano come per far caricarle maggiormente. In questo caso si caricano di un certo disagio e imbarazzo. Il regista si sofferma sulle inquadrature del disagio delle altre coppie che devono sostenere le accuse e l’umiliazione che la moglie rivolge al marito davanti a loro. Inoltre anche l’uso dei suoni va in questa direzione. C’è sempre un rumore di sottofondo e i suoni sono prolungati (aspirapolvere, rumore delle seggiovie, degli spazzaneve, degli spazzolini…). Costantemente, in ogni scena, non c’è quasi mai calma e silenzio. I rumori invadono sempre la scena creando fastidio e irritazione, evocando l’impossibilità di una comunicazione sincera della coppia. Infine le irruzione dei violini di Vivaldi scuotono, irrompono come una vera e propria forza maggiore al cambiamento.

Immagini tratte dal film del 2014 di Ruben Östlund, Forza Maggiore.