Attività seria e complessa, il gioco è fonte di apprendimento. Il termine ludus, rispetto a quello di iocus (scherzo, divertimento) ne mostra i risvolti più seri. Attività psichica e culturale, sociale e didattica, il giocare diventa una forma costitutiva per la crescita del soggetto.

“Non è forse lo spettacolo più proprio di quest’età, uno spettacolo dolce e delizioso, vedere un bel fanciullo dall’occhio gaio e vivace, dall’aspetto contento e sereno, dalla fisionomia aperta e sorridente, fare come giocando le cose più serie o impegnarsi con gran serietà nei più puerili svaghi?” (J-J. Rousseau, Emilio o dell’educazione).

Il Novecento ha rilanciato la riflessione sul gioco. Per diversi autori il gioco rivela la potenza stessa della civiltà, nel senso che la cultura sorge e si sviluppa proprio a partire da esso. Oltre a essere considerato un fenomeno culturale, il gioco è fonte di socializzazione, apertura alla società, apertura al mondo. A ben vedere, presenta dei tratti caratteristici: attività libera, separata, incerta, improduttiva, regolata, fittizia.

Inoltre il gioco, secondo il sottile studio di Roger Caillois, può essere classificato in quattro grandi categorie strutturali. I giochi di competizione che fanno perno sull’agon (dagli incontri sportivi, per esempio, agli scacchi). Quelli fondati sull’alea, ovvero sul verdetto e l’azzardo della sorte (dadi, carte, roulette, slot machine…). I giochi di illusione e di imitazione, cioè giochi che mettono in atto una mimicry, un fare come se. Infine troviamo giochi da cui si ricerca brivido e vertigine ilinx (dalla semplice altalena, alle acrobazie, sino agli sport estremi).

Gioco, forma specifica della mente infantile

Le scienze psicopedagogiche, da Vygotskij a Bruner, fino a Winnicott, ormai da tempo, hanno mostrato il ruolo del gioco nello sviluppo affettivo e mentale. Mediante questa particolare zona intermedia di esperienza, il bambino imita e simbolizza il reale. Attraverso la potenza del suo immaginario, ricrea le forme del mondo e le pratiche sociali che la sua mente assorbe, soggettivandole. O ancora trasforma le regole in affetti. Il gioco fonte di apprendimento è dunque una forma, per eccellenza, dell’apprendere.

Il giocare desta la curiosità, consente di manipolare e modificare l’ambiente, stimola la creazione e la fantasia. Eppure oggi l’apprendimento è sempre più considerato un lavoro cognitivo, legato alla quantificazione delle competenze, all’esattezza del risultato e alla velocità di prestazione. La scuola, veicolo primario degli apprendimenti strumentali, diventa il motore della serietà e dello sforzo dimenticando le forme del gioco che vi sono alla base. I giochi, al contrario, vengono relegati alla sfera ricreativa del tempo libero, dell’ozio e del divertimento.

Lasciare tempo al gioco

“Amate l’infanzia; favoritene i giuochi, le gioie, le amabili inclinazioni. (…) Rispettate l’infanzia e non affrettatevi a giudicarla né in bene né in male. Lasciate agli individui eccezionali il tempo di rivelarsi, di dare a lungo prova e conferma di sé, prima di adottare verso di loro metodi particolari. Lasciate che la natura agisca a suo agio, prima di intromettervi e di sostituire alla sua azione la vostra, se non volete rischiare di ostacolarne l’opera. Voi affermate di conoscere bene il valore del tempo e di non volerne perdere. Vi preoccupa vederlo consumare i suoi primi anni senza fare niente. E come? Non è niente l’esser felice? Non è niente saltare, giocare, correre da mane a sera? Per tutta la vita non sarà mai tanto occupato”.

“Platone, nella sua Repubblica che si suol credere tanto austera, alleva i fanciulli solo tra feste, giuochi, canti e passatempi; si direbbe che abbia fatto tutto, quando ha insegnato loro la gioia. E Seneca, parlando dell’antica gioventù romana: quei giovani, dice, vivevano sempre in piedi, nulla si insegnava loro che dovessero imparare stando seduti. Erano forse meno valenti, quando giungevano all’età virile? Non abbiate dunque troppo timore per questo presunto ozio” (J-J. Rousseau, Emilio o dell’educazione)

Citazioni tratte da:

  • Jean-Jacques Rousseau, Emilio o dell’educazione (1762), Mondadori 2002.
  • Roger Caillois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine (1958), Bompiani 2021.

(Immagine in evidenza: Foto di Vlada Karpovich da Pexels)